domenica 23 febbraio 2014

(gialli in controtempo)


Allo specchio indugio, a piedi scalzi
perdo tempo a riconquistarmi:
saltasse fuori una ruga
impavida, a decretare di nuovo
che anche oggi esisto.

Ma stanotte c’è stato il tuo braccio
a raccogliere, a dipanare
a slegare i polsi
la gola stretta in un intreccio
di lenzuola, incubi, fiati interrotti.

Me lo racconta
questo chiosare lieve di gialli
che dilaga in anticipo
oltre la pioggia di acqua e luce.

Davide Tartaglia

sabato 1 febbraio 2014

(a mio padre)


Guardavamo l’album di famiglia
e ti hanno crocifisso
su una fotografia, eri di spalle
con le mie spalle, la testa reclinata
leggermente a destra, per osservarmi.
Portavi i miei occhi abbacinati
eppure non mi somigliavano:
i tuoi erano forti e di terra
senza un filo di vento.
Gli alberi nel tuo cielo pallido
parlano una lingua chiara,
si chinano curvi, vigilano
che la sabbia non manchi mai
e l’acqua sia a sufficienza.
Portavi i miei occhi, come un abito
posticcio, appeso addosso
nel giorno della cerimonia.

Sei davvero tu, la figura
impressa nel dagherrotipo
il giovane sambuco in bianchennero
ancorato alla bandiera
che sventolava i verdi sogni?
O forse sono solo io
nel tentativo di somigliarti?

Risaliamo insieme
questo palmo di terra livido
per quello che ci è concesso, e tu
amerai a lungo, i miei tradimenti,
le assenze di luce nelle svolte.
Quando scenderai, ancora senza tremore
porteraì con te i miei occhi
che non hai mai avuto.

Davide  Tartaglia


giovedì 19 dicembre 2013

Matteo


Se ne sarebbero andati a casa come tutte le sere. Giusto il tempo di raccogliere le proprie cose, dividersi le ultime monete e accorgersi ancora una volta che non aveva vinto nessuno. Giusto qualche cent a dividere il trionfo dalla disfatta, ad ogni modo sarebbero bastati come pretesto per ritrovarsi di nuovo, la sera successiva a tentare la fortuna.
Cosa li spingesse, fino in fondo era un mistero: forse la noia, in fondo non c’era molto da divertirsi in città, l’unico svago, quando il lavoro lo permetteva era andarsene al lago per una gita. Forse sfuggire alla routine familiare, forse il mezzo litro di vino che si scolavano puntualmente in quella bettola intrisa di fumo.
Per Matteo era l’unico momento di riscatto, se la cavava bene con le carte: abilissimo a barare e con una bella dose di fortuna. Non bastava il lavoro infimo al quale era stato destinato per farsi odiare dai suoi concittadini, si guadagnava il disprezzo anche nel gioco. Probabilmente doveva provare anche un certo gusto nel farsi odiare, a volte sembrava quasi che ricevesse linfa vitale dalle occhiate di odio della gente.
Quella sera aveva vinto di nuovo i suoi pochi cent e come al solito con il ghigno avvolto nella folta barba, mentre raccoglieva quella miseria aveva ordinato al giovane Andrea di andare a pagare il conto. Andrea il vino non lo aveva neppure assaggiato. Se lo portavano dietro per spennargli qualche soldo.
Sì, era proprio una sera come tutte le altre sere. Antonio piegato sul tavolo rifaceva i conti per l’ennesima volta, anche stasera aveva perso e il vecchio Ermes con gli occhiali sulla punta del naso gli scostava appena il braccio per controllare che non barasse. Sarebbero riusciti puntualmente, anche stasera, ad andare su tutte le furie e Antonio avrebbe avuto la peggio.
Sarebbe stata la stessa identica storia. Il bar, il vino, le carte ed infine il passo veloce lungo la strada di casa che si illuminava a stento con le poche stelle che il cielo di Novembre regalava.
Ma ad un tratto dal fondo del locale entrò un uomo, alto, ben vestito ma umile nel portamento. Si avvicinò lentamente tagliando con decisione la coltre di fumo che riempiva la stanza.
Si fermò davanti al loro tavolo, perfettamente in asse con la luce arancio del lampione che filtrava dalla bocca di lupo. Ermes ed Antonio continuavano a litigare.
“Matteo” disse, riempendo il salone di silenzio. “Tu, Matteo!”
Non ci fu bisogno di dire altro. Matteo sciolse il pugno dalla quale cadevano i pochi cent.
Nessuno lo aveva mai chiamato così.


Davide Tartaglia

domenica 17 novembre 2013

Torneremo presto. Forse.

[...]

Con voi sono stato lieto

dalla partenza, e molto

vi sono grato, credetemi,

per l’ottima compagnia.



Ancora vorrei conversare

a lungo con voi. Ma sia.

Il luogo del trasferimento

lo ignoro. Sento

però che vi dovrò ricordare

spesso, nella nuova sede,

mentre il mio occhio già vede

dal finestrino, oltre il fumo

umido del nebbione

che ci avvolge, rosso

il disco della mia stazione.

[...]

(Giorgio Caproni)